Teatro Caverna

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24 aprile 2018 | Bergamo

Caverna

Caverna. 

Solo Caverna.

Facciamo le cose semplici.

Così chi voleva sapere il nome del nostro nuovo spazio ora lo sa: Caverna.


A questo punto potete tralasciare la lettura del post. 

Se siete poco curiosi.

Oppure, se avete qualche minuto e volete sapere perché esiste una Caverna, proseguite e cercherò di raccontarvi una piccola storia di uomini.

...

Caverna.

Caverna. Ho pensato spesso al nome in questi giorni. 

E mi scuso subito con Viviana, Lorenzo, Chiara e tutti quelli che ci stanno mettendo del loro in questa avventura. E’ prezioso ciò che oggi è questa amalgama di esperienze, entusiasmi e anatomie diverse.

Ma ho pensato a Caverna soprattutto sul piano personale e umano, al perché di quella Caverna in una stagione lontana della mia vita.

Sono stati tanti i commenti ricevuti (onesti, sentiti. Grazie) sulla bellezza di questo nome, su quanto significa per chi conosce il lavoro fatto, sul suono e le immagini che questo suono produce. Caverna è diventata una parola olofonica. E questo mi ha fatto ricordare un'estate di quando avevo poco più di vent’anni.

Francesco ed io avevamo scritto un progetto: Nostàlghia, si chiamava. Un po’ Tarkovskji, un po’ lo shock per la morte di mio padre, un po’ l’incanto di aver visto in poche settimane Carmelo Bene, Danio Manfredini e Raffaello Sanzio, un po’ l’incoscienza dei vent’anni.

Chi erano questi ragazzi, che dicevano della loro Nostàlghia? Ci serviva un nome.

Platonicamente parlando vide così la luce Teatro Caverna, molto prima che alcuni moduli dell’Agenzia delle Entrate ne certificassero la consistenza legale.

Teatro Caverna. Fu un gioco tra me e Francesco, tra Francesco e me. Due cretini.

Due goliardici ragazzotti di provincia, due della SCUOLA DI TREVIGLIO, come ci bastonava bonariamente Goffredo Fofi. Due sprovvisti di tutto, forniti solo di periferia e pianura, e del non sapere. Ma vivere.

E fu vivendo che arrivammo alla Caverna ed al Teatro.

“Chiamiamolo Teatro F**a”, disse Francesco. 

Non c’era sessismo, arroganza, provocazione... C’era l’idea di gioco di due ragazzi di vent’anni. Straordinariamente pronti ad avere vent’anni: la vita, l’amore, il corpo, il gioco.

Due ragazzi di vent’anni, due cretini. Con nella testa però abbastanza senno per capire che l’idea avrebbe portato a rapidi fallimenti. “Chi lo compra uno spettacolo, se sulla locandina c’è un nome simile?”.

A capo.

Serviva un altro nome. E un giorno presi il telefono: “Caverna, come Platone”. In fondo Francesco era un classicista, con un’incredibile mente matematica. Qualcosa di greco gli sarebbe di certo piaciuto. Dall’altra parte rispose una pausa di pochi secondi. Poi un ghigno, il suo, inconfondibile anche al telefono: “Beh, va bene, non ci siamo spostati dall’idea originale così!”. Risata, insulti, vent’anni: nome scelto. I cretini.

...

Scrissi (in modo più completo) questo racconto nel maggio 2008. Francesco lo lesse e rise tanto. Una domenica pomeriggio nel parcheggio dell’ospedale, proprio lo stesso dove era morto mio padre.

Poi passarono alcune settimane. Il calendario diceva domenica. Ancora una volta. Un pomeriggio.

Fu sotto il sole che seppi che il piccolo uomo dalla barba folta, delicato, gentile, geniale, irriverente e intransigente, il piccolo uomo che aveva posato con me la prima, scandalosa, pietra, non c’era più.

Ero seduto fuori da un chiosco di gelati e mentre suo fratello mi singhiozzava al telefono, come punto da aghi, feci volare le mie gambe per tutta la loro infinita lunghezza: in pochi secondi vidi rovesciarsi e cadere un tavolo, una granita alla cola e cinquemila anni di gioventù. La sua. La mia. La nostra.

...

Aveva continuato, in quegli anni, a fare cinema, ma dal 2006 si era ricominciato a costruire un progetto comune. Francesco ed io. Come sempre. Una sera di quell’estate 2008 Francesco mi disse: “Sarebbe bello avere uno spazio nostro, dove presentare i nostri progetti. Se guardi quanto male c’è nel mondo, provare a costruire i nostri progettini senza creare altro male è la sola cosa che davvero abbia un senso: così, solo per condividerli con qualcuno”.

E’ soprattutto questo il motivo per cui esiste Teatro Caverna. Per i vent’anni. E l’incoscienza. E Platone. E l’alètheia. E avere uno spazio. E i nostri progettini.

Anche oggi credo sia giusto quel nome antico.

...

Caverna: perché quella parola è già uno spazio. Solo Caverna perché in sé il nostro sarà uno spazio aperto.

Caverna: perché è un nome facile, che tutti ricordano, breve e italiano. Solo Caverna per non fare confusione: i progetti portano il nome della compagnia.

Caverna: perché questa parola racconta la nostra storia e ciò che siamo per chi ci conosce. Solo Caverna perché così introduciamo una novità, sintomo e necessità di essere ancora in movimento.

Caverna.

Per essere cretini.


L’altro giorno ho cercato l’etimo della parola caverna: da cavo, cioè vuoto, in stretta relazione col pieno. Mi è sembrato meravigliosamente cretino.


Il vuoto.


Caverna.